L'AI e il PEBCAK
L'AI è un moltiplicatore: moltiplica la bravura e moltiplica la scarsezza. Il problema, come sempre, sta tra la sedia e la tastiera.

Chi ha fatto un po' di assistenza conosce la sigla PEBCAK: Problem Exists Between Chair And Keyboard. Il problema sta tra la sedia e la tastiera. È quello che si scrive nel ticket quando il computer funziona benissimo, e da sistemare è l'uso che se ne fa.
Con l'AI mi sembra che valga più che mai.
Potente, veloce, e non è quello il punto
L'AI oggi è estremamente potente ed estremamente veloce a eseguire task. Cose che richiedevano giorni si chiudono in un pomeriggio. Ci sono dentro fino al collo, e non ho nessuna intenzione di uscirne.
Ma più la uso, più mi convinco che la domanda giusta non è cosa sa fare l'AI. È chi la sta governando.
Il capitano
Ogni persona che usa l'AI si porta dietro il suo bagaglio di conoscenze, e diventa il capitano di una nave. L'AI è l'equipaggio, e anche il primo ufficiale: esegue, propone, a volte corregge. Ma la rotta la dà il capitano. Se la rotta è giusta, la navigazione va a buon fine e si arriva dove si voleva arrivare. Se il capitano non sa cosa vuole fare, l'equipaggio rema lo stesso, velocissimo, in tutte le direzioni.
Il mappazzone
Quello che viene fuori, in quel caso, è un mappazzone confuso. Magari funziona pure. Ma ha vita breve, perché nessuno ce l'ha in testa: ogni modifica, ogni bug, ogni piccolo cambiamento richiede di nuovo l'AI, perché è l'unica che sa dove mettere le mani. Si resta legati a doppio filo allo strumento che l'ha generato.
E il tempo risparmiato oggi non è gratis. È un prestito, e si ripaga dopo, con gli interessi, ogni volta che qualcuno deve capire cosa fa quella cosa e perché.
Quando lo scope cresce
Affidare un'architettura all'AI funziona finché lo scope è piccolo: un servizio, uno script, un sito. Quando i sistemi cominciano a essere distribuiti e serve tenere un occhio sulla sicurezza, le cose cambiano.
Non perché l'AI non sia capace. Perché non ha il contesto. Non sa quali vincoli ha il cliente, quale compliance va rispettata, quanto può costare l'infrastruttura, chi gestirà il sistema tra due anni e con quali competenze. Queste cose le sa chi la pilota. E se non le dice, o non le sa nemmeno lui, non è detto che l'AI si accorga di fare cose che vanno contro le necessità e il bene di chi le ha chiesto aiuto. Le fa bene, e le fa veloce. Nella direzione sbagliata.
Per questo la vedo come un moltiplicatore. Moltiplica la bravura, e moltiplica la scarsezza.
Token che diventano strumenti
Un esempio di quello che per me è un buon uso.
Al lavoro ho fatto un tool che crea documenti Word in carta intestata direttamente da file Markdown. Sembra un progettino stupido, ma ha tolto un sacco di blocchi nello scrivere documentazione: la parte tecnica è abituata a scrivere in Markdown, e con Word è impacciata. Chi l'ha usato lo sa: sposti un'immagine di un millimetro e si spostano tutti i mobili di casa.
Siccome Word non lo vuole usare nessuno, quel tool ha risolto problemi a tantissima gente.
Ma il motivo per cui lo considero un buon uso dell'AI è un altro. L'alternativa era far generare ogni documento direttamente all'AI, con un dispendio enorme a ogni giro. Invece i token li ho spesi per costruire uno strumento, che poi fa il suo lavoro senza AI. Trasformare token in tool che funzionano da soli, invece di bruciare token ogni volta per fare lo stesso lavoro.
Resta il capitano
Quindi sì, usiamola. Tanto. È uno strumento incredibile, e proprio per questo va governato: decisioni, review, sicurezza e responsabilità restano a chi sta al timone.
Perché se la nave finisce sugli scogli, non è colpa dell'equipaggio. Il problema, come sempre, sta tra la sedia e la tastiera.